Il prossimo 14 giugno i cittadini svizzeri voteranno per porre un tetto alla popolazione pari a 10 milioni, in un referendum proposto dal Partito popolare svizzero – il principale partito della destra svizzera – che ha sollevato polemiche interne, ma anche forti timori tra imprese, albergatori, industria farmaceutica e operatori economici.

Il testo del referendum prevede di limitare la popolazione del Paese a dieci milioni entro il 2050 e stabilisce diversi livelli di restrizioni all’immigrazione per raggiungere tale obiettivo. Non si esclude, come ultima risorsa, la cessazione della libera circolazione delle persone con l’Unione europea, un passaggio che potrebbe mettere in discussione l’intera architettura degli accordi bilaterali tra Berna e Bruxelles.

Con questa proposta, nota anche come “iniziativa per la sostenibilità”, il Partito Popolare svizzero persegue un duplice obiettivo: rallentare la crescita demografica, ritenuta incompatibile con il mantenimento di un’elevata qualità della vita a lungo termine, e limitare l’immigrazione, considerata la principale causa della rapida crescita della popolazione.

Alla fine del 2025, la popolazione svizzera è salita a 9,1 milioni di abitanti, rispetto ai 7,3 milioni registrati al momento dell’introduzione della libera circolazione delle persone tra Svizzera e Unione europea nel 2002. Gli stranieri rappresentano oggi quasi il 28% della popolazione. “La Svizzera è un piccolo Paese con un territorio limitato e ha registrato la crescita demografica più elevata degli ultimi anni”, ha dichiarato Yvan Pahud, parlamentare dell’UDC/SVP, citato da Reuters.

Secondo una ricostruzione di Swissinfo, il dibattito riflette una forte polarizzazione: i sostenitori descrivono il Paese come già sovraffollato, con infrastrutture, alloggi e servizi sotto pressione, ricorrendo a immagini come quella del “contenitore da un litro” in cui si tenta di versare “tre litri d’acqua” o all’idea che ogni anno la Svizzera aggiunga l’equivalente della città di Lucerna. Altri insistono sul rischio di perdita dell’identità nazionale e sul fatto che i benefici dell’immigrazione vadano soprattutto alle imprese, non alla classe media.

Gli oppositori, invece, mettono in guardia da un possibile autogol economico e istituzionale. Molti settori dipendono dalla manodopera straniera e dai frontalieri, mentre un taglio drastico dell’immigrazione potrebbe aggravare la pressione su pensioni, sanità e mercato del lavoro, oltre a mettere a rischio gli accordi bilaterali con l’UE, Schengen e la libera circolazione, evocando per alcuni commentatori lo spettro di una “Brexit svizzera”.

Le preoccupazioni del mondo economico sono state raccolte anche da Reuters. Martin von Moos, amministratore delegato degli hotel di lusso Belvoir a Rüschlikon e Sedartis a Thalwil, vicino a Zurigo, ha spiegato che quasi la metà dei suoi 115 dipendenti proviene da fuori della Svizzera. “Se perdessimo tutto il nostro personale straniero, l’hotel semplicemente non funzionerebbe”, ha dichiarato, aggiungendo che l’iniziativa lo preoccupa “molto per il futuro” del Paese e per la sua prosperità.

Il problema riguarda anche settori ad alto valore aggiunto. Molecular Partners, azienda biotecnologica con sede a Zurigo, impiega circa 120 persone, più della metà delle quali non svizzere. Daniel Steiner, vicepresidente senior per le terapie radio-mirate dell’azienda, ha avvertito che limitare l’assunzione al solo bacino di talenti svizzeri rappresenterebbe “un ostacolo insormontabile” e potrebbe costringere la società a trasferire alcune attività fuori dal Paese.

Sempre secondo Reuters, anche grandi gruppi svizzeri come Roche, Nestlé, ABB, UBS e Novartis hanno criticato il tetto massimo alla popolazione. La questione si inserisce anche nel quadro dell’invecchiamento demografico. Secondo l’ufficio statistico svizzero, entro il 2055 la quota della popolazione tra i 20 e i 64 anni dovrebbe scendere dal 60% al 56%, mentre quella degli over 65 salirebbe al 27%, rispetto all’attuale 21%. Per gli oppositori dell’iniziativa, ridurre drasticamente l’immigrazione significherebbe quindi restringere ulteriormente la base attiva chiamata a sostenere pensioni, sanità e servizi pubblici.

Il nodo più sensibile resta però il rapporto con l’Unione europea. Secondo la proposta, se la popolazione superasse i 9,5 milioni di abitanti il governo sarebbe tenuto ad adottare misure per impedire il raggiungimento dei 10 milioni, previsto attorno al 2042. Una volta toccata la soglia dei 10 milioni, Berna dovrebbe rescindere gli accordi internazionali che favoriscono la crescita demografica, inclusa la libera circolazione delle persone con l’UE.

La posta in gioco è elevata perché la libera circolazione è parte della rete di accordi bilaterali che garantiscono alla Svizzera l’accesso al mercato unico europeo. Citato sempre da Reuters, Claude Maurer, capo economista di BAK Economics, ha affermato che in caso di abbandono degli accordi bilaterali, la crescita economica svizzera tra il 2028 e il 2045 sarebbe inferiore del 7,1%, con una perdita pari a 685 miliardi di franchi svizzeri, circa 867 miliardi di dollari. Il rallentamento della crescita potrebbe inoltre accompagnarsi a pressioni inflazionistiche e a un possibile aumento dei tassi di interesse.

Dal fronte dei promotori, però, le critiche del mondo economico vengono respinte come allarmismo. Thomas Matter, parlamentare e banchiere dell’SVP, ha sostenuto che solo un immigrato su dieci possiederebbe competenze realmente richieste dal mercato del lavoro e che la crescita del Pil pro capite sarebbe diminuita con l’aumento dell’immigrazione.

Il voto si annuncia incerto. Secondo l’ultimo sondaggio citato dai media internazionali, il 47% degli elettori sarebbe favorevole all’iniziativa e il 52% contrario.

[a cura di Simone Cantarini]

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